Il Green Screen è lo sfondo neutro che serve per unire due sorgenti video, quindi due immagini distinte. Persone e paesaggio possono essere separate e poi riunite. Il progetto collega lo spettatore ad immagini iconiche del paesaggio che agiscono sulla sua memoria rendendolo famigliare.
La ricerca si realizza attraverso dei campionamenti prelevati in aree geografiche differenti, attraverso progetti site-specific, che dopo una fase di indagine fatta di testi e immagini dei luoghi, si trasferisce sul campo realizzando fotografie e interviste. Questo approccio analizzando gli spazi che viviamo guarda alle persone restituendo loro, in modo diretto attraverso la fotografia, i paesaggi che appartengono all'esperienza collettiva. In questa trilaterazione tra spazi, persone e appartenenza il campo d’indagine include nelle pratiche artistiche l’interazione con la sociologia e la geografia, la prima perchè include l’identità, la seconda perché è la rappresentazione del territorio.
The Green Screen is the neutral background that is used to join two video sources, so two different images.
People and landscape can be separated and then reunited. The project connects the audience to iconic images of the landscape which affect their memory, thus making it familiar.
The research is developed through sampling taken in different geographical areas through site-specific projects and, after a period of investigation through texts and images of the places, it moves on the field through photographs and interviews.
Analysing the spaces we live in, this approach addresses people showing them, in a direct way through photography, the landscapes belonging to collective experience.
In this trilateration between spaces, people and sense of belonging, the field of investigation includes in the artistic activities the interaction with sociology and geography. Sociology because it includes the identity, geography because it is the representation of places.


















(estratto da ATP DIARY)
Dialogo tra Paolo Riolzi e Rossella Moratto


R.M. L’eclettismo stilistico evidente nelle Piscine (metafora della complessità della definizione dell’identità contemporanea o meglio della sua crisi, del suo sgretolamento, che, riprendendo una definizione di Zygmunt Bauman è un “puzzle difettoso”, che si plasma continuamente a seconda delle necessità. È quasi un bricolage come sembrano essere a una prima vista questi universi ideali ricostruiti.

P.R. Appartenere al medesimo paesaggio attraverso un’iconografia di segni forti è il primo passo per creare un collante tra noi e gli altri. Ci annulliamo un po’ tutti per assomigliarci di più. Zygmunt Bauman nel libro Intervista sull’identità traduce in modo molto chiaro in una frase questo concetto «Si può perfino cominciare a sentirsi dappertutto chez soi “a casa” ma il prezzo da pagare è accettare che in nessun posto ci si sentirà pienamente e veramente a casa». La memoria, cioè il passato, si relaziona con un eterno presente in virtù del fatto che l’esperienza non è mai una vera e propria scoperta, ma la riproposizione di modelli stereotipati. I paesaggi dipinti sui muri delle Piscine sono gli stessi paesaggi che abitiamo, gli stessi che frequentiamo nelle nostre vacanze. In sostanza il mondo ci offre degli identikit, dei kit dell’identico: noi possiamo scegliere il modello a cui aderire.

R.M. Le bizzarre tipologie che emergono dalla tua ricerca – il villino neogotico il finto castello – non sono integrate in una progettazione globale ma sono la manifestazione di un fai da te architettonico, che muta il paesaggio, lo oggettualizza. Questa trasformazione deriva anche dalla mancanza di una progettualità architettonico-urbanistica più ampia, in particolar modo nelle periferie e nelle zone residenziali suburbane: il tuo lavoro vuole muovere una critica in questo senso?

P.R. Non è questo il mio intento. Rilevo invece un cambiamento: il manuale dell’architetto, il testo che traduceva in codici e norme il mestiere del costruire, gli esempi di buona architettura proposti dalle riviste specializzate e i saggi che la critica di architettura produceva, erano gli strumenti da cui chi progettava traeva ispirazione. Oggi la libreria degli strumenti a disposizione per progettare è costruita da milioni di immagini e immaginari e valgono tutti, democraticamente, allo stesso modo. Il Green Screen che cinema, televisione, pubblicità usano per riprodurre mondi è il nostro foglio da disegno dove posso sovrapporre infiniti livelli.







 R.M. I tuoi progetti sono tutti parte di un’indagine di ampio respiro svolta su diversi piani – la città, l’abitazione, l’interno delle case, i luoghi di svago – che racconta la nostra identità colta nella sua costante definizione e negoziazione tra tradizione e mutamento.

P.R. Tutti i miei progetti, anche se singolarmente autonomi, sono portatori di un pensiero comune che indaga gli individui appartenenti alle comunità che abitano le nostre città. Sono come tessere di un mosaico, capaci di mappare la relazione tra noi e gli spazi che abitiamo. Il progetto Green Screen consiste nella costruzione di un atlante di immagini, testi, e spazi dell’abitare che rappresentano i simboli di un mondo legato all’immaginario collettivo. Il loro denominatore comune è la forza della loro carica iconica. Il mio desiderio è cercare di sollecitare lo spettatore a porsi delle domande: chi siamo noi, veramente, se desideriamo un modello pre-costituito? Siamo interessati a costruire il nostro modello identitario?

Nel progetto Comunità Invisibile, ad esempio, la comunità Filippina rinuncia da subito alla costruzione di una propria identità: il governo incentiva e promuove l’emigrazione ed è il quartiere in cui si nasce a determinare il luogo di destinazione, e, di conseguenza, il destino degli individui. La costruzione della loro personalità non sarà mai modellata dai loro desideri ma da un disegno che avviene al di sopra delle loro volontà.

Il progetto Vetrinetta, invece, traccia, attraverso la somma di tante piccole singole storie, il nostro ritratto privato e pubblico, legato alla storia e alla memoria. Spostarsi a vari livelli dentro questo campo di indagine vuol dire muoversi costantemente tra il sottile legame che unisce se stessi agli altri, costringendoci a rinegoziare costantemente chi siamo. Questa ambiguità ci fa vivere costantemente tra l’idea di essere legati a una specifica comunità e quella di essere trascinati in un immaginario collettivo globalizzato.