Vetrinetta nasce nel 2007 come atlante fotografico che racconta il mondo delle persone attraverso la rappresentazione in immagini degli affetti raccolti e custoditi in un mobile che li mostra: la vetrinetta. La volontà è quella di esplorare nella vita degli altri per comprendere un paesaggio sociale fatto di piccole storie. Porcellane, fotografie, bomboniere, piccoli oggetti, tracciano la biografia dei nostri ricordi e desideri; queste memorie riunite, compongono una fotografia-mondo della nostra identità collettiva. Successivamente approfittando dell’invito a realizzare il progetto in due musei pubblici, nel 2012 a Museion a Bolzano, nel 2014 nel Museo di Fotografia Contemporanea a Milano, il progetto include nel processo molte delle pratiche che sono proprie dell’arte nello spazio pubblico assumendo tra le sue azioni, la didattica in forma di laboratorio, il dialogo con l’amministrazione pubblica, la relazione con politica e i media. Il progetto si allarga ad includere il coinvolgimento di più attori, curatori, sociologi e artigiani per la costruzione e la messa in opera di dispositivi pubblici di attivazione e partecipazione, per rendere i cittadini corresponsabili invitandoli ad essere soggetti attivi nella costruzione del paesaggio che abitiamo.



Vetrinetta started in 2007 as a photographic atlas to describe the world of people through the representation of their beloved objects collected and kept in the Cabinet.
The aim is to investigate within the lives of people in order to understand a social landscape made up of small stories.
Porcelain pottery, photographs, wedding favours, small objects, trace the biography of our memories and desires; these memories compose a picture of our collective identity.
Through the invitation to implement the project in two public museums, in 2012 at Museion in Bolzano, in 2014 in the Museum of Contemporary Photography in Milan, the project has been developed to include in the process many of the art practices in public space such as the workshop, the dialogue with the public administration, the relationship with politics and the media.
The project expands and involves more actors, curators, sociologists and artisans for the construction of public devices to engage citizens, inviting them to be active participants in the construction of the urban landscape that we inhabit.



Site Specific

                   MUSEION Bolzano               
MUFOCO Milano














(estratto dal libro Vetrinetta)
A proposito di Vetrinetta
Paolo Riolzi e Matteo Balduzzi / dialogo tra l’artista e il curatore




M.Prima ancora di diventare un’immagine e ancora di più un lungo e articolato progetto di ricerca, sarei curioso di sapere che tipo di suggestione abbia rappresentato per te la vetrinetta. Si tratta, in fondo, di un oggetto estremamente presente nell’immaginario collettivo oltre che, fisicamente, nelle case di migliaia di famiglie, per cui risulta pressoché impossibile ignorare cosa sia. Tu ne possiedi una? Da dove arriva questa idea?

P. In realtà non ho ricordi diretti delle vetrinette, i miei genitori e i miei parenti e amici non ne avevano una. Se mi guardo indietro, mi viene piuttosto in mente che alcune pompe di benzina degli Autogrill hanno una teca di vetro con dentro pupazzi, peluche e macchinine. Mi sono sembrate da subito intime e famigliari.
Non credo che quest’immagine abbia contribuito consapevolmente alla genesi di Vetrinetta, ma nel 2007 ho iniziato a fotografare le vetrinette nelle case. Non averla posseduta mi ha forse permesso di vederla come immagine oggettiva, come parte di una storia collettiva e non mia personale.






M. Michel de Certeau, esaminando gli interni domestici dopo avere indagato la dimensione urbana del quartiere, sostiene che l’habitat è indiscreto, che “tutto in lui parla sempre troppo” riguardo alla vita, ai sogni e alle condizioni sociali delle persone che lo occupano. Mi viene da pensare che lo stesso si possa dire per le vetrinette: cosa ha rivelato questa tua ricerca e come si è evoluta nel corso degli anni?

P. Inizialmente Vetrinetta si presenta come un atlante fotografico, potenzialmente infinito. Il progetto vuole raccontare il mondo delle persone, attraverso la rappresentazione in immagini degli affetti raccolti, custoditi ed esposti in un mobile: la vetrinetta appunto.  Si tratta di un’esplorazione nella vita degli altri che permette di comprendere un paesaggio sociale fatto di piccole storie, dove gli oggetti, porcellane, fotografie, bomboniere, tracciano la biografia dei nostri ricordi e desideri. Gli oggetti in essa contenuti, i cristalli di Swarovski, i souvenir, gli angeli di Thun, i Capodimonte, sono icone che tutti conosciamo. Sono questi mondi condivisi a rendere le vite degli altri familiari a chi guarda. Vetrinetta ci restituisce l’immagine di chi siamo, che sempre più spesso assomiglia a quello che guardiamo.
Fino al 2011 la ricerca è avvenuta inizialmente per passa-parola, poi per via virale, attraverso un blog che invitava i lettori a mandare un’immagine della propria vetrinetta. Delle numerose vetrinette trovate ne ho selezionate e fotografate più di venti. Parallelamente, ho cercato di approfondire e indagare alcuni degli autori che si sono interessati alla relazione tra le persone e gli spazi che esse abitano, trovando spesso più conforto nei testi di antropologia e sociologia rispetto a quelli di architettura e urbanistica, terreno sul quale mi veniva più naturale muovermi vista la mia formazione.

M. Pur accennando a una sorta di allontanamento dalle discipline legate all’architettura e al territorio, descrivi la vetrinetta come un “paesaggio sociale”, definizione che sembra mantenere il riferimento a un preciso specifico fotografico, ossia a una scuola italiana di paesaggio che ha certamente influenzato la tua formazione.

P. Desideravo fortemente restituire un’immagine delle nostre città che non fosse quella consolidata della fotografia del paesaggio. Pensavo a qualcosa che riuscisse a innescare una relazione tra luoghi, storie, persone. Le vetrinette mi sono sembrate l’immagine più indicata per raccontare la nostra relazione con il paesaggio che abitiamo. La mia generazione è stata attraversata dall’onda lunga della fotografia di paesaggio che se da un lato ha rappresentato una delle stagioni più felici della fotografia italiana dall’altro ha determinato, proprio per la forza attrattiva dei suoi artisti, un periodo di omologazione di sguardi.


M. Nel 2012 Vetrinetta è stato esposto a Bolzano, su invito di Letizia Ragaglia direttrice di Museion. In quella occasione hai avuto l’opportunità di sperimentarne un allargamento in senso partecipativo. Parallelamente alle immagini esposte nella project-room del Museo hai infatti realizzato una parte del tuo progetto all’interno del Cubo Garutti, micro-struttura espositiva decentrata nel periferico quartiere Don Bosco. Quanto questa esperienza ha modificato la struttura del lavoro e quanto ha inciso nel tuo percorso di ricerca?

P. Da questa occasione, grazie anche al dialogo con la curatrice Frida Carazzato, è nata l’idea di usare il progetto Vetrinetta per rendere pubblico un affetto privato, portando la famiglia e i suoi ricordi fuori dalle mura domestiche e innescando un legame più aperto tra lo spazio privato, la casa e lo spazio pubblico.
Con Museion il progetto invita le persone a essere portatrici del proprio sguardo.
La prima fase del processo è stata funzionale alla raccolta delle vetrinette, avvenuta in modo diretto grazie alla collaborazione tra il Museo e un’associazione di quartiere che ha messo a disposizione due volontari per entrare nelle case. La seconda fase del processo è stata quella di far allestire a rotazione dalle signore la propria vetrinetta in uno spazio pubblico, il cubo-vetrina. La costruzione di un blog e il rapporto con i media - stampa e televisione - hanno consentito di raggiungere, e quindi di invitare alla partecipazione, un pubblico più vasto rispetto a quello adiacente al cubo. Da questo momento in poi Vetrinetta smette di essere un progetto restituito attraverso il dispositivo fotografico e assume tra le sue pratiche molte delle azioni e modalità che sono più vicine all’arte relazionale, al rapporto arte/architettura, ai processi installativi, fino al rapporto con i media, con la politica, con il sociale.






M. L’anno successivo, dopo avere conosciuto il tuo lavoro di Bolzano, Roberta Valtorta ti ha invitato a realizzare un progetto a Cinisello Balsamo per il Museo di Fotografia Contemporanea. Da oltre dieci anni, praticamente dalla sua apertura, il Museo sperimenta diverse modalità per lavorare insieme ai cittadini alla costruzione di opere e progetti collettivi che possiamo per semplicità raggruppare sotto la definizione, pur abusata, di arte pubblica. Dopo Salviamo la luna, condotto da Jochen Gerz, la grande opera con cui il Museo si è presentato alla città, nel corso degli anni sono stati realizzati insieme ai cittadini libri d’artista e fotografie con il cellulare, installazioni sparse nel territorio, un fotoromanzo e addirittura una piazza. Risulta comunque evidente che una così lunga storia implichi da parte dell’istituzione una progettualità e un know-how con cui anche tu hai avuto l’opportunità di confrontarti e che avrà in qualche modo contribuito a un’ulteriore evoluzione del tuo lavoro.

P. Ho seguito il Museo nel corso degli anni e penso si sia presentato con molta chiarezza al pubblico nella sua doppia anima, da un lato lavorando con artisti che usano solo la fotografia come dispositivo di racconto, dall’altro incentivando, costruendo e promuovendo le pratiche artistiche contenute nei processi partecipativi. L’invito che ho ricevuto dal Museo per realizzare un progetto a Cinisello Balsamo ha comportato la condivisione di una lunga e approfondita fase di ideazione e progettazione. Questo mi ha permesso di consolidare processi che avevo utilizzato nei miei precedenti lavori: in questa occasione, grazie alla lunga durata temporale, al desiderio di costruire processi sempre attivi e aperti alla possibilità di accrescimento, ma anche semplicemente per il numero di vetrinette raccolte, il paesaggio sociale che nelle fasi precedenti era semplicemente evocato dalle immagini delle vetrinette diventa manifesto.
I corpi delle tante persone coinvolte, la loro presenza costante e attiva durante tutto l’arco del progetto, le case, gli arredi, gli oggetti, le storie riunite hanno consentito di restituire un processo che rende più evidenti le pratiche di indagine sociale e di relazione con lo spazio pubblico rispetto alla loro rappresentazione.










M.
L’archivio di Vetrinetta ha una doppia natura, che risulta evidente anche nella sua disposizione formale nello spazio della mostra. La struttura è progettata in modo estremamente rigoroso per consentire un accrescimento ordinato di contenuti eterogenei – le schede di ogni singola vetrinetta, ma anche le impressioni ricavate dai caffè, le fotografie che sono state realizzate alle vetrinette delle associazioni, le sinossi delle interviste mano a mano realizzate – e soprattutto per controllare una prorompente e disordinata vitalità. Nel progetto irrompono infatti i corpi dei partecipanti nelle pose e negli abiti più diversi, così come gli interni delle case di Cinisello Balsamo, con la loro pelle fatta di piastrelle, tappezzerie, profili e zoccolini, su cui si stagliano, gli uni accanto o sopra gli altri, lampadari, mobili e altri oggetti di legno, tessuto, ottone, vetro, ceramica e molti imprevedibili materiali ancora.
Questo contrasto tra ordine e disordine, vitalità e pensiero, concetto ed esperienza è risultata in maniera ancora più evidente in occasione dell’aperitivo conclusivo organizzato per i partecipanti, quando le oltre 200 schede dell’archivio hanno invaso la sala espositiva e si sono fisicamente affiancate e sovrapposte alle opere in mostra, dialogando senza più mediazione con la loro precisione e la loro bellezza.

P. Nel progetto Living the Architecture, un archivio di video che esplorano la relazione tra la città, la casa e le persone che la abitano, si raccontano micro-storie, di inquilini, passanti, vicini di casa, architetti, assessori, insegnanti, artisti, giornalisti, scrittori, che sono chiamati a testimoniare la loro idea di architettura, di città. In questi video, la pelle della casa, gli umori delle persone, la loro relazione con gli spazi testimoniano un idea di città fatta di persone.
Abitare a Milano e Centrale Mozart, i due video che ho presentato alla XII Biennale di Architettura a Venezia nel 2010, parlano proprio di questo.
Anche nella mostra di Vetrinetta abbiamo deciso di installare insieme al lavoro realizzato a Cinisello un video, Dancing, che presenta delle signore che ballano. Il video in mostra, con il suo ossessionante loop che fa reiterare alcuni movimenti che le persone compiono ballando, esponendo costantemente i corpi delle persone, desidera bilanciarsi nello spazio con il rigore silenzioso delle opere e dell’archivio.
Lavorare con i corpi, con le persone, negli spazi, ti obbliga a rinegoziare lo schema rigido che costruisci in studio, non mi spaventa il caos generato dalla perdita totale del controllo, se riesco a tenere inalterata la struttura dei processi e quindi del lavoro. Oppure si concepiscono spazi liberi con meno vincoli, più sperimentazione.
I caffè in questo progetto ne sono un esempio, non credi? Nascono da un tuo desiderio.


M. Sì, più che da un mia personale esigenza i caffè nascono dalla sensazione che in modo più o meno espresso questo desiderio, o una domanda in tal senso, sia presente nella nostra società e in particolare nel contesto in cui abbiamo operato. Mi sembra che una delle suggestioni più forti di Vetrinetta, al di là dei mondi che questi mobili contengono e che le tue fotografie consentono di guardare con esattezza e meraviglia, sia il senso di casa che emana, in una implicita dialettica tra privato e pubblico. Così, l’idea di spingere il progetto - e quindi il Museo - ancora più all’interno delle case e di invitare i partecipanti stessi a offrire un caffè in casa propria ad altri cittadini, amici, visitatori della mostra, mi sembrava potesse ampliare idealmente il lavoro e contribuire a saldare relazioni inaspettate tra le persone. D’altra parte sempre più spesso le radici dell’arte partecipativa vengono individuate nel teatro e nella performance, ossia nell’unicità dell’esperienza e dell’incontro dal vivo.
Si è trattato quindi di un esperimento, una proposta fatta con leggerezza e semplicità, senza forzature. A volte i progetti pubblici diventano macchine che imbrigliano le persone in strutture rigide, vincolate a discorsi predefiniti, protagoniste di una ossessiva documentazione. I caffè volevano invece invitare a una pausa, una minima deviazione nel flusso ordinato dell’esistenza, in cui salvaguardare l’aleatorietà di ogni incontro e la curiosità di una chiacchierata tra sconosciuti.





P. Il caffè ti permette una seconda occasion per entrare nel privato, nella casa, questa volta però lasciando confluire dialoghi e parole senza la necessità di portare la vetrinetta al centro del discorso. Il caffè è uno spazio libero di sperimentazione. Spesso penso a come la letteratura americana del novecento sia stata densa di storie che raccontano il legame tra le persone e gli spazi vissuti. Penso alla spietata lucidità con cui Raymond Carver descriveva i suoi personaggi, gli ambienti, gli arredi, gli umori. Le case trasudano di dialoghi e parole, di immagini e oggetti che rimangono spesso chiusi dentro le mura domestiche. I personaggi di Carver sembrano sempre imprigionati da un ineluttabile destino schiacciati dal peso del quotidiano dalle loro stesse manie. Anche Dan Graham, in Homes for America, ha introdotto il suo sguardo nella vita degli altri, nelle loro case, usando le pagine dei giornali per rendere nota la relazione tra il marketing e le scelte degli americani sulle questioni relative alle politiche abitative.
Credo che oggi sia importante raccogliere questa grande eredità, lo sguardo sulla vita quotidiana, sulle persone, sugli spazi che vivono.


M. Se i caffè hanno comportato un notevole investimento personale da parte dei partecipanti, in termini di tempo, di fiducia e di disponibilità, il dispositivo pubblico, attivo per tutta la durata della mostra, ha rappresentato una modalità più semplice di partecipazione e un registro più giocoso.
La grande vetrinetta è stata realizzata trasformando ad hoc una delle vetrine esistenti nel complesso di Villa Ghirlanda, nel centro della città, e si è man mano riempita con gli oggetti portati dai cittadini più vari, molti dei quali non possedevano una vetrinetta e non avrebbero dunque potuto partecipare in altro modo.

P. La costruzione di un dispositivo ha rappresentato non solo un primo livello di possibile partecipazione, ma anche l’unico vero legame fisico tra spazio privato, le case, e lo spazio pubblico–istituzionale del Museo.
Il dispositivo pubblico è filtro di mediazione e baricentro, deve essere situato in un luogo pubblico perché è direttamente alimentato dai cittadini che contribuiscono alla sua crescita depositando un loro oggetto.
Sono interessato alla relazione con lo spazio pubblico perché è il luogo dove i cittadini cercano e costruiscono la loro appartenenza. Lo spazio pubblico si presenta a noi con delle immagini precostituite, possiamo scegliere se subirlo o modificarlo, sovrascrivendo con le nostre azioni gli spazi che abitiamo.
Per questo motivo il dispositivo scardina le immagini-azioni quotidiane, modifica il paesaggio consolidato. Sono gli abitanti a riempirlo, loro lo costruiscono, dando vita a una nuova immagine dello spazio urbano.
Per me è importante andare a lavorare in un’area di interazione tra arte, urbanistica architettura. Tutto il mio lavoro si concentra sul corpo della città, sui suoi abitanti.





       
 








































Mark